Ho capito perché in sala di attesa non ci riesco a stare. Ti guardi intorno velocemente e vedi facce nervose di chi è la prima volta che entra in studio, di chi è anni che lotta e non ne può più. Volti di madri, genitori che aspettano che i loro figli escano dalla seduta e man mano che i minuti passano vengono sempre più assorbiti dai loro pensieri, dai loro dubbi, e dagli incubi. Vedi i muscoli irrigidirsi, la pelle tirare, e gli occhi incupirsi. Lo sguardo lentamente si abbassa sulle loro mani che iniziano a torturarsi; poi una piccola scossa con la testa e via sul telefono, per evitare che i pensieri facciano sprofondare ulteriormente la mente in un trip senza fine. D’altra parte, non possono permettersi di stare male, devono rimanere forti per accogliere il dolore dei figli. È un po’ l’“effetto sala di attesa”. Entri, ti siedi, e aspetti che ogni tuo più profondo dolore e pensiero risalga la via della coscienza.
C’è chi legge, chi scrive, chi messaggia, chi guarda nel vuoto. In sala d’attesa se si osserva e si ascolta bene, si possono cogliere gli indizi che inevitabilmente ognuno lascia trapelare di sé, della sua storia.
Io in sala d’attesa non ci posso stare. Vedo gli altri riuscire in ciò che io sto fallendo miseramente a fare. Essere anoressica.
Stare lì è un continuo promemoria dell’ennesimo fallimento che ho raggiunto. Subire l’umiliazione di farsi vedere di nuovo grassa.
E la cosa che mi fa più arrabbiare? È credere che questo sia il dolore, il problema più grosso che mi sia potuta infliggere