Sala d’attesa

Ho capito perché in sala di attesa non ci riesco a stare. Ti guardi intorno velocemente e vedi facce nervose di chi è la prima volta che entra in studio, di chi è anni che lotta e non ne può più. Volti di madri, genitori che aspettano che i loro figli escano dalla seduta e man mano che i minuti passano vengono sempre più assorbiti dai loro pensieri, dai loro dubbi, e dagli incubi. Vedi i muscoli irrigidirsi, la pelle tirare, e gli occhi incupirsi. Lo sguardo lentamente si abbassa sulle loro mani che iniziano a torturarsi; poi una piccola scossa con la testa e via sul telefono, per evitare che i pensieri facciano sprofondare ulteriormente la mente in un trip senza fine. D’altra parte, non possono permettersi di stare male, devono rimanere forti per accogliere il dolore dei figli. È un po’ l’“effetto sala di attesa”. Entri, ti siedi, e aspetti che ogni tuo più profondo dolore e pensiero risalga la via della coscienza.

C’è chi legge, chi scrive, chi messaggia, chi guarda nel vuoto. In sala d’attesa se si osserva e si ascolta bene, si possono cogliere gli indizi che inevitabilmente ognuno lascia trapelare di sé, della sua storia.

Io in sala d’attesa non ci posso stare. Vedo gli altri riuscire in ciò che io sto fallendo miseramente a fare. Essere anoressica.

Stare lì è un continuo promemoria dell’ennesimo fallimento che ho raggiunto. Subire l’umiliazione di farsi vedere di nuovo grassa.

E la cosa che mi fa più arrabbiare? È credere che questo sia il dolore, il problema più grosso che mi sia potuta infliggere

“Ma come mai?”

L’ho capito poi cosa mi è successo, come è iniziato. Ho cercato per mesi motivazioni profonde, quando in realtà la causa era più banale e superficiale di quanto credessi. Forse cercavo tra le vie dell’inconscio, per evitare di incontrare proprio la verità davanti a me.

Alla domanda “Ma come mai?” non ho mai saputo rispondere, brocciolavo parole incerte, sicura che non corrispondessero alla realtà, che non spiegassero davvero quello che stava accadendo. Ma che ne sapevo io! L’unica cosa di cui ero fermamente convinta è che se mi guardavo allo specchio sorridevo.

“Capisci l’importanza di una cosa solo dopo averla persa.”

E’ così! Ho capito che volevo essere anoressica quando ho smesso di esserlo. Ho capito che la causa tanto richiesta, ricercata, indagata che ha scatenato tutto, il rifiuto del cibo, il dimagrimento, il malessere, non era altro che il diniego del mio corpo. Banalmente, non mi piacevo. Stavo solo seguendo lo script della donna occidentale nella società moderna, la donna che si guarda e non si piace, che si scruta allo specchio fino a trovare il più piccolo e insignificante difetto. Ho solo reagito in modo catastrofico, perché questo fa parte del mio essere.

O tutto o niente! O bianco o nero! Alle estremità sempre e comunque, è questo che mi ripete sempre la Silvia: che non conosco le sfumature, le vie di mezzo. Divertente però come nel descrivermi io non sia mai riuscita a trovare una qualità che mi rappresentasse a pieno, ma anzi, mi sono sempre definita come quella persona che è sempre a metà. Nei miei vecchi diari ritorna spesso questo argomento; scrivevo “intelligente, ma non troppo; simpatica ma non abbastanza; amica di tutti, ma speciale per nessuno”. Forse è anche un pò per questo che ho ricercato l’anoressia con tanta bramosia, per essere finalmente qualcosa a tutti gli effetti, intensamente e interamente. Ma anche lì credo di aver fallito miseramente. Anoressica ma non troppo.

Dico di aver fallito proprio perché ho smesso di esserlo, troppo in fretta. Ho ricercato il cibo e proprio seguendo questa mia forza comportamentale “tutto o niente” mi ci sono avventata. Sono arrivate le abbuffate, il cibo che per tanto tempo ho evitato, rifiutato, odiato, l’ho ingurgitato con la stessa velocità e distruttività con cui mi ha investito un’ondata di desiderio. Ho ripreso peso, e mi rendo conto ora di quanto il mio corpo con le forme mi disgusti. Ho ricercato nel rifiuto del cibo, di livellare ogni curva che mi illudevo di accettare. E mi mostravo dispiaciuta di essere così magra, così debole. Fingevo inconsciamente di non piacermi con le guance scavate, con le braccia ridotte ad osso, e con le cosce così distanti tra loro…aaaah quelle gambe! Ma la realtà è un’altra: passavo minuti interi davanti allo specchio a compiacermi delle mie ossa, più si vedevano più ne ero fiera, e più i vestiti mi stavano grandi più sentivo di essere realizzata.

Bello poter correre, fare palestra e sudare, ma niente mi farà sentire appagata come aver rimpiazzato alle curve le ossa.

Casa

Io con te torno a casa. Sempre.                                                                                                   Posso stare via giorni, settimane o addirittura mesi e continuare ad avere la sicurezza di poter tornare da te e vedere casa. Forse è quasi egoistico, forse un po’ meschino avere la certezza di poter essere sempre accolta tra le tue braccia, più protettive di quattro mura. Ma non è forse la forma di amore più sincera quella di riuscire ad ospitare nel proprio cuore chi non c’è tutti i giorni, e dargli la garanzia di esserci, anche quando Essere, in quanto Stare, è la missione più difficile in un rapporto e nella vita?  Tu ci sei. Ci sei sempre stata.                                                              E se per molti Chiara è un nome, per me è solo la vivida certezza di sapere che ci sarai, perché non può non esserci nel futuro chi per anni ci ha abbracciato, dandoci dimora e forza, quando di forza non ne possedeva per sorreggere sé stessa.                  Sei chiara, sei casa.